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L’Architettura del Rinascimento delle Marche, di Maria Luisa Polichetti

di Vincenzo Abbasciano

L’Architettura del Rinascimento delle Marche è il frutto dell’impegno e della grande cultura dell’architetto Maria Luisa Polichetti, di cui conosciamo i meriti quale direttore per molti anni di uffici periferici e centrali del Ministero dei Beni Culturali ed autrice di molte pubblicazioni che riguardano la regione Marche ed il suo patrimonio artistico e culturale. La Polichetti si è avvalsa, per alcuni capitoli, della collaborazione di alcuni tra i più qualificati esperti del patrimonio storico ed artistico regionale: Guido Arbizzoni, Pierluigi Falaschi, Marco Moroni, Luciana Miotto, Mauro Compagnucci.

Il volume è stato pubblicato da Il Lavoro Editoriale di Ancona nel novembre del 2015.

Ma perché L’Architettura del Rinascimento delle Marche? Perché i secoli XV e XVI hanno cambiato il volto della regione, dando luogo a quello che Pietro Zampetti ha definito un vero e proprio “Rinascimento Adriatico”. Quest’opera ha il pregio di analizzare il processo evolutivo del rapporto tra architettura e paesaggio, rurale ed urbano, ed evidenziare le interrelazioni tra gli aspetti storico, economico, culturale, architettonico e paesaggistico del Rinascimento nella nostra regione. Ci offre, quindi, la chiave di lettura che ci permette di comprendere meglio gli effetti prodotti da questi aspetti sul contesto territoriale e sulla sua struttura insediativa, presenti ed evidenti ancora oggi.

Nel libro si procede ad un’avvincente ricostruzione delle vicende storiche ed artistiche di quelle città: Urbino, Camerino, Loreto, Fermo, Ascoli Piceno, Pesaro, Ancona che la cultura architettonica del Rinascimento ha trasformato profondamente, grazie al genio creativo di Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini, Donato Bramante, Leon Battista Alberti, Baccio Pontelli, Pellegrino Tibaldi, i Sangallo.

Il volume si apre con l’analisi della struttura del territorio marchigiano, degli insediamenti e dell’organizzazione che si va delineando fra città e campagna a partire dal XII secolo con la crisi del feudalesimo. Segue, quindi, la descrizione del passaggio dai Comuni alle Signorie e dell’affermarsi di due aree culturali legate ai Ducati di Urbino e di Camerino. In particolare si sofferma sulle grandi opere di Federico da Montefeltro e Giulio Cesare da Varano, entrambi capitani di ventura, che impiegarono i cospicui guadagni, derivanti dalle condotte militari, per costruire e ristrutturare palazzi, rocche e castelli e per mantenere una splendida corte.

Il palazzo di Urbino, voluto da Federico, viene considerato non solo per il pregevole aspetto architettonico ed artistico, ma analizzato anche in relazione alla sua funzione che è al tempo stesso pubblica e privata. Esso fu realizzato secondo un criterio di organicità e unitarietà, ispirato ai nuovi principi del De re aedificatoria di Leon Battista Alberti. Nel palazzo sono presenti spazi correlati alle funzioni pubbliche in quanto sede della Corte, gravitanti verso la città, e gli ambienti privati, abitazione del Signore, rivolti verso la valle ed il paesaggio. La piazza esterna, delimitata da due ali dell’edificio e dalla chiesa di San Domenico, è aperta alla città sul quarto lato. Questo impianto permetteva di raccordare l’interno e l’esterno del palazzo alla città ed al territorio. La sua costruzione fu progettata non come un intervento autonomo rispetto alla città, ma legato ad un programma generale di riorganizzazione urbana. La realizzazione di questa importante opera si deve alla grande personalità di Federico da Montefeltro, all’educazione umanistica ricevuta a Mantova alla scuola di Vittorino da Feltre, ai proventi legati al mestiere della guerra, al fervore culturale della corte, alla presenza ad Urbino di grandi artisti e uomini di cultura del Rinascimento come Leon Battista Alberti, Piero della Francesca, Luciano Laurana, Francesco di Giorgio Martini. Sono questo ambiente e questo clima che ispirarono i famosi pannelli delle città ideali. L’organicità e l’unitarietà del palazzo ducale, dimostrate da Maria Luisa Polichetti durante il restauro da lei realizzato nel 1985, furono salvaguardate dalla patente che Federico diede a Luciano Laurana quale unico responsabile della fabbrica. Francesco di Giorgio, succeduto al Laurana, realizzò il giardino pensile, la rampa elicoidale e la stalla per 300 cavalli, correlate alla funzione di condottiero del Duca.

Il palazzo di Federico, uno dei primi esempi di reggia concepita in senso moderno, suscitò stupore ed ammirazione e rappresentò per l’epoca una grandiosa operazione politica e culturale, facendo diventare la piccola città di Urbino una delle capitali del Rinascimento italiano.

A Camerino in un simile clima culturale, ispirato agli ideali umanistico-rinascimentali, Giulio Cesare da Varano ristrutturò ed ampliò il palazzo ducale, il tempio della SS. Annunziata, per i quali fu coinvolto Baccio Pontelli, e l’ospedale di Santa Maria della Pietà. Mentre sua moglie Giovanna Malatesta trasformò in luogo di delizie la vecchia rocca di Lanciano che divenne dimora preferita dalle donne della casata.

Nel volume si prendono in considerazione le mutazioni del paesaggio nelle campagne, legate sia al diffondersi della mezzadria che determinò una più proficua ed ordinata attività agricola (visibili sullo sfondo dell’Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano), sia al sorgere di ville rustiche, residenze  di nobili e borghesi, dotate anche di locali adibiti alla lavorazione ed alla conservazione dei prodotti agricoli.

Vengono evidenziate le novità architettoniche dei sistemi difensivi che interessarono rocche, castelli e mura cittadine, che si adeguavano ai moderni sistemi di offesa (le artiglierie), con muri più spessi alla base e con profilo “a scarpa”, sottolineando anche l’avvento della commistione tra le funzioni di difesa e quelle residenziali con l’introduzione di nuove forme architettoniche: porticati e loggette come nel castello della Rancia.

Ci si sofferma sul diffondersi di ville e giardini di delizia, espressione significativa della cultura architettonica rinascimentale  ed anche testimonianza dell’avvenuta pacificazione del territorio. Ne è un esempio Villa Imperiale sul colle San Bartolo a Pesaro, non solo utilizzata per il tradizionale esercizio della caccia, ma luogo di delizia per il riposo del Signore e per la vita di corte, fatta di conversazione letteraria e rappresentazione teatrale: gli stessi convitati potevano trasfigurarsi in personaggi del mito e della storia confrontandosi con i soggetti rappresentati negli apparati pittorici che decorano la villa.

Successivamente si mette in luce l’evoluzione della nuova forma urbana, con il passaggio dai Comuni alle Signorie e si considerano le rocche urbane che avevano la duplice funzione di protezione verso attacchi provenienti dall’esterno, ma potevano costituire anche offesa verso la cittadinanza, come la rocca urbana fatta costruire da Cesare Borgia a Camerino.

Si evidenzia come nella città rinascimentale la piazza non è più il luogo della vita associativa, ma spazio di rappresentanza, sito del palazzo del Signore e simbolo del suo potere.

Sono descritti i palazzi di città, legati all’affermazione del potere signorile e all’agiatezza dei nobili e dell’alta borghesia, i cui committenti si avvalsero spesso dell’opera di architetti e di maestranze di valore sia locali che provenienti dalla Toscana o dal nord della Lombardia, vere e proprie corporazioni di imprese edili itineranti, come i maestri comacini.

Sono considerate chiese e conventi la cui costruzione fu promossa dalle maggiori Signorie delle Marche a testimonianza della loro religiosità, per il benessere della popolazione, o per la sepoltura del Signore e dei membri della sua famiglia. Le chiese, in molti casi, furono realizzate secondo la tipologia architettonica a pianta centrale seguendo i principi enunciati da Leon Battista Alberti nel De re aedificatoria. L’Alberti raccomanda, infatti, di ispirarsi all’antichità classica, dove la pianta centrale è basata sull’uso del cerchio che egli considera come la forma di maggior perfezione presente in natura. Ne sono esempi San Bernardino mausoleo dei duchi a Urbino, opera di Francesco di Giorgio, Santa Maria Novella di Baccio Pontelli ad Orciano, la chiesa di Macereto presso Visso, costruita da maestri lapicidi luganesi sul percorso dei pellegrinaggi verso Loreto.

Negli ultimi tre capitoli si parla di Urbino, di cui abbiamo già detto, di Loreto e di Ancona, esempi significativi del rinnovamento rinascimentale nelle Marche.

Nel capitolo dedicato a Loreto si mette in luce come la costruzione del complesso lauretano fu dovuto sia a motivazioni di carattere religioso che politiche, legate alla collocazione geografica di Loreto ed al momento storico (la caduta di Costantinopoli nel 1453, le continue incursioni turche in terra italiana culminate con la presa e l’eccidio di Otranto nel 1480). Vengono descritti gli apporti di alcuni dei maggiori architetti del tempo: Giuliano da Maiano, Giuliano da San Gallo, Baccio Pontelli, Donato Bramante, Andrea Sansovino, Antonio da San Gallo, che si avvicendarono nella costruzione della chiesa, del palazzo apostolico e delle opere di difesa, con lavori che si protrassero per tutto il ‘500, facendo di Loreto il più grande cantiere marchigiano del tempo.

L’ultimo capitolo è dedicato ad Ancona, fino al ‘500 maggior centro economico del centro Adriatico, che insieme al Ducato di Urbino rappresentava la zona più ricca ed evoluta dello Stato Pontificio.  Sono ricostruiti i rapporti con la Dalmazia e specialmente con la Repubblica di Ragusa con la quale fu stipulato un trattato commerciale nel 1440. Di questi rapporti con i dalmati sono testimonianza i palazzi Bosdari e Gozzi, commercianti ragusei, e l’attività dell’architetto Giorgio di Matteo da Sebenico, al quale si devono le facciate della Loggia dei Mercanti, di Sant’Agostino e di San Francesco alle Scale. Vengono ripercorse le vicende relative alle maggiori opere ascrivibili a questo periodo, come il nuovo Palazzo degli Anziani, per il quale venne chiamato nel 1480 Francesco di Giorgio Martini, in cui coesistono connotazioni architettoniche gotiche e rinascimentali per i lunghi tempi della sua realizzazione; la nuova Cittadella commissionata ad Antonio da San Gallo da  papa Clemente VII per  rafforzare le difese della città; palazzo Ferretti, la fontana del Calamo, la Loggia dei Mercanti, restaurata dopo i danni prodotti da un incendio, e l’antico Palazzo degli Anziani, ristrutturato nella sua parte superiore, opere che si devono all’architetto Pellegrino Tibaldi .

Il rigore, la profondità e la completezza dell’analisi caratterizzano l’opera di Maria Luisa Polichetti che, grazie ad una trattazione fluida, coinvolgente ed avvincente, riesce ad interessare sin dalle prime righe anche i non addetti ai lavori. Il ricco apparato iconografico supporta in modo eccellente il discorso e ne rende più agevole la comprensione.

Il volume si chiude con una ricca bibliografia che dimostra l’ampiezza dell’indagine svolta.

APPROFONDIMENTI

Maria Luisa Polichetti, L’Architettura del Rinascimento nelle Marche, ed. il lavoro editoriale

Nella foto in alto: copertina del libro “L’Architettura del Rinascimento nelle Marche”

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