annibal-caro

La Commedia degli Straccioni di Annibal Caro

di Alberto Pellegrino

Si celebra quest’anno il 450° anniversario della morte di Annibal Caro (Civitanova Marche 1507 – Frascati 1566), un letterato del Rinascimento celebre soprattutto per le sue traduzioni dell’Eneide di Virgilio, del romanzo Gli amori pastorali di Dafni e Cloe di Longo Sofista e delle Lettere a Lucilio di Lucio Anneo Seneca. Egli ha lasciato la raccolta delle Lettere famigliari, che costituiscono  un’importante fonte di informazioni sulla cultura rinascimentale. Come commediografo ha scritto nel 1543 una sola opera intitolata la Commedia degli Straccioni, edita a Venezia nel 1582 da Aldo Manuzio. Quando Annibal Caro scrive la sua commedia, il teatro italiano è già risorto, dopo secoli di oblio, per merito di Ludovico Ariosto autore di cinque commedie, che segnano la nascita del teatro moderno come specchio della società, cioè come forma di rappresentazione degli aspetti quotidiani della vita sociale e domestica osservata con ironia e con un impegno morale finalizzato alla condanna dell’ipocrisia e della corruzione, dell’estorsione e della sopraffazione, dell’avidità per il denaro. Dopo Ariosto, altri grandi autori rinascimentali (Machiavelli, Aretino, Bibiena) diventano gli acuti osservatori di una società urbana fatta di aristocratici e plebei, ruffiani, servitori astuti e militari esibizionisti, popolani e rappresentanti del potere.

Le caratteristiche della Commedia deli Straccioni

La Commedia degli Straccioni si colloca nel filone del teatro rubano, perché in essa si rappresenta la società ro9mana del tempo attraverso un intreccio complicatissimo ambientato nelle strade e nelle piazze dei sobborghi popolari, dove è diffuso il malaffare e l’imbroglio, dove domina la legge della violenza e della sopraffazione. Caro ricorre al topos teatrale della doppia personalità, del  travestimento e dell’agnizione, tra scoppi di gelosia e liti furibonde, disgrazie vere o presunte,  provocate in prevalenza dall’avidità di possesso della robba e del denaro, che coinvolge ricchi e poveri, artigiani e servi, donne e mercanti, cioè tutti coloro che formano la nuova società mercantile basata sull’utile.  L’altro tema dominante, oltre la ricchezza, è l’amore, inteso come un potente sentimento che rende “schiavi” i due principali innamorati e che è inteso come “un gioco” basato sul possesso delle persone. I sentimenti amorosi riflettono il moralismo rinascimentale basato su rigide regole sociali, cui devono sottostare gli stessi innamorati che troveranno la soluzione ai loro problemi solo nell’unione consacrata dal matrimonio. Nell’opera i personaggi femminili riflettono la condizione che occupa la donna nella società del Cinquecento, dove le è riservato un ruolo marginale, poiché le donne, più che presenti sulla scena, sono raccontati” dai personaggi maschili. La vedova Argentina fa una brevissima apparizione nel quinto atto (scena I), mentre Giulietta, che dovrebbe essere la protagonista femminile, compare solo nel quarto atto (scene III e IV), per poi raccontare le sue avventure ed esprimere i suoi sentimenti amorosi con una lettera indirizzata al giovane Tindaro. Bella, buona, saggia, onesta, decisa a difendere la propria illibatezza, Giulietta costituisce è il vero oggetto del desiderio ed è “l’anima santa, vergine e martire”, che non si arrende alle disgrazie e non concede il proprio corpo nemmeno di fronte alla violenza. Per la serva Nuta non è possibile nemmeno il riscatto attraverso il matrimonio, perché è relegata nella condizione di oggetto sessuale di un ricco e disonesto faccendiere (Marabeo).

La Commedia degli Straccioni è un testo “colto” che non si rifà al teatro classico, perché è la rielaborazione drammaturgica della seconda parte del romanzo Le avventure di Leucippe e Clitofonte del greco Achille Tazio. Annibal Caro introduce nella vicenda nuovi personaggi che sono caratterizzati come esponenti della piccola borghesia e del proletariato urbano, dalla nuova borghesia mercantile rappresentata soprattutto da Giovanni e Battista Canali, detti gli Straccioni, che sono dei mercanti realmente esistiti e noti per la loro tirchieria e per l’abbigliamento trasandato. Gli stessi servi non fanno gli interessi dei loro padroni, ma usano l’astuzia e la disonestà per arricchirsi e per indirizzare gli avvenimenti a loro esclusivo vantaggio. Il personaggio di Barbagrigia è ricalcato sulla figura reale dello stampatore romano Antonio Blado d’Asola. Un preciso riferimento letterario si trova, infine, nell’azione del quarto atto (scena V), quando compare un pazzo di nome Mirandola che rivendica dagli Straccioni il possesso di certi gioielli e che viene ingannato dai due mercanti, quando lo convincono a rinunciare ai preziosi in cambio di una pietra eliotropia e di un anello che rende invisibili: la pietra ricorda lo scherzo fatto dagli amici a Calandrino nel Decamerone (terza giornata, terza novella), mentre l’anello magico ricorda quello usato da Angelica per sfuggire alle voglie dell’infuocato Ruggero nell’Orlando Furioso.

I contenuti della commedia

L’antefatto. Franco, fratello del padre di Tindaro, nel 1527 arriva da Genova  a Roma, dove muore subito dopo la nascita del figlio Giordano, che qualche anno dopo si reca in Oriente per reclamare l’eredità di Paolo, padre di Argentina e fratello di Giovanni, ma è catturato dai pirati turchi. Dopo due anni, la moglie Argentina lo manda a cercare dal servo Pilucca, che sua volta è fatto prigioniero dei Turchi. A Genova Tindaro s’innamora di Giulietta, figlia del mercante Giovanni degli Straccioni che nega il suo consenso, ma Giulietta ricambia l’amore per Tindaro, per cui il giovane decide di rapire la fanciulla e di fuggire verso Corfù, ma sono i due sono catturati dai pirati turchi. Allora Tindaro, con la scusa di cercare i soldi per il riscatto, convince i turchi a sbarcarlo su un’isola, dove incontra il capitano di una galea veneziana che accetta di inseguire i pirati, i quali decidono di assassinare Giulietta, uccidendo in realtà un’altra donna. Tindaro è costretto a fermare la nave per recuperare il cadavere della fanciulla amata, quindi si reca a Roma, assumendo il nome di Gisippo. Di lui s’innamora la vedova Argentina, ma il giovane non ricambia questo sentimento per restare fedele alla memoria di Giulietta. I pirati sono sconfitti dalle galee pontificie e Giulietta diventa la schiava da un capitano cristiano che la vende a Marabeo, il quale porta la ragazza (che ha preso il nome di Agatina) nella sua casa di Roma con l’intenzione di sedurla, senza però riuscire a vincere la sua resistenza. Giovanni e Battista Straccioni inviano una lettera alla madre di Tindaro, nella quale danno il loro consenso alle nozze con Giulietta. La donna manda a cercare il figlio dall’amico Demetrio che è catturato dai turchi e che incontra il servo Pilucca. Dopo cinque anni i due riescono a fuggire e arrivano a Roma, uno per cercare Tindaro e l’altro la padrona Argentina. Giungono a Roma anche i fratelli Straccioni per avere notizie di Tindaro, ma anche per farsi restituire alcuni gioielli rubati alla famiglia genovese dei Grimaldi.

La trama. La vicenda si svolge a Roma nel 1543 sotto il pontificato di Paolo III e si svolge a Campo de’ Fiori, dinanzi al Palazzo Farnese con accanto la bottega dello stampatore Barbagrigia e la casa di Marabeo. Demetrio e Pilucca, arrivati a Roma, incontrano Barbagrigia che apprende così la notizia della morte di Giordano, il marito di Argentina. Demetrio incontra prima gli Straccioni poi Tindato/Gisippo, il quale gli dice della morte di Giulietta e dell’infatuazione che ha per lui la vedova Argentina, allora Demetrio e Barbagrigia convincono il giovane a prenderla in moglie. Pilucca incontra Marabeo e viene a sapere che l’uomo tiene prigioniera Giulietta/Agatina, decide allora di aiutarlo nei suoi intrighi e nella soluzione di due problemi; tenere a bada la serva Nuta che ha parlato con Giulietta e ha ricevuto da lei una lettera da consegnare al governatore; impedire le nozze fra Tindaro e Argentina per poter continuare a derubare la padrona. Per ostacolare il matrimonio essi fanno credere a Demetrio che Argentina è rimasta incinta a opera di un cardinale. A questo punto Demetrio suggerisce a Tindaro di fingersi malato. I due Straccioni scoprono la vera identità di Tindaro/Gisippo e l’avvenuta morte di Giulietta, per cui decidono di rivolgersi al procuratore Rossello per avere giustizia. Frattanto Giordano che è fuggito dai pirati, è ritornato a Roma e apprende che Marabeo ha casa di Giulietta/Agatina e cerca invano di sedurla; sa anche del matrimonio di sua moglie con Tindaro, per cui Marabeo e Pilucca cercano di far scontrare Giordano e Tindaro con la speranza che i due si uccidano a vicenda. I due malandrini vorrebbero nascondere Giulietta in un altro luogo, ma la ragazza riesce a fuggire e chiede soccorso al procuratore Rossello che le trova rifugio nella casa di Argentina. Si arriva così alla felice conclusione: Tindaro e Giordano scoprono di essere cugini e si riconciliano; Argentina scopre di essere la nipote di Giovanni degli Straccioni, il quale dà il suo consenso al matrimonio tra Giulietta e Tindaro; Marabeo e Pilucca sono perdonati di tutti i loro inganni.

Share This:

Posted in Teatro.