Beniamino di Recanati, favoloso al pari di Giacomo

di Fabio Brisighelli

 

Con le Cento Città, abbiamo di recente fatto visita al Museo dedicato a Beniamino Gigli nella sua Recanati, collocato un tempo all’ultimo piano del Palazzo Comunale, ora ubicato presso il Teatro Persiani. L’allestimento nella nuova sede è stato curato dal regista Gabris Ferrari, docente dell’Accademia di Venezia, in collaborazione con lo scenografo Marcello Morresi. Recanati vive con giusto orgoglio la consolidata notorietà riflessa delle sue due glorie autoctone: Leopardi e Gigli, e scusate se è poco. In un articolo pubblicato sul “Messaggero” diversi anni fa il giornalista Giancarlo Del Re sfatava peraltro il pregiudizio secondo cui “ come gloria cittadina Giacomo Leopardi debba essere più importante di Beniamino Gigli”, ben chiarendo invece che “Recanati si vanta materialmente dell’uno e dell’altro, ma se nella sua considerazione un dislivello c’è, ebbene, la posizione superiore è del tenore, non del poeta” (sarà ancora così, dopo “Il giovane favoloso”?) . Il tenore di Recanati, il nostro Beniamino ( di nome e di fatto), ha goduto e gode di una vastissima fama, che investe da un lato il cantante, dall’altro – e forse maggiormente – il personaggio. Intendiamo dire che il gusto dell’aneddotica fiorita attorno a lui, artista come si sa aperto e disponibile, mai preso dalla tentazione di giocare al risparmio, capace com’era di continuare ad esibirsi anche dopo le recite ufficiali per il diletto degli amici e degli innumerevoli ammiratori che non erano magari riusciti ad ascoltarlo in teatro; popolarissimo specie nelle Marche, dove ancora taluni vantano ricordi diretti o indiretti, memorie musicali o semplici episodi simpatici e curiosi che lo hanno visto protagonista; il piacere dell’aneddoto sulla sua persona, dicevamo, e quest’aspetto di capillare notorietà della sua figura artistica, moltiplicata dalle canzoni, dai film, dalle numerose incisioni discografiche, hanno talvolta lasciato in secondo piano una riflessione seria sulle qualità sue tecniche e interpretative straordinarie. Stiamo infatti parlando di uno dei più grandi tenori a memoria di ascolto, forse il più grande, nel registro lirico puro. Le caratteristiche eminenti della sua voce, misurate su un esaltante corredo di perle musicali le più variegate (il tenore aveva in repertorio una sessantina di opere, cui va aggiunta una cospicua provvista di canzoni di varia “estrazione” geografica, a cominciare da quella napoletana), si precisano nella tecnica eccellente, nella spontaneità d’emissione e nella fonazione di esemplare morbidezza, nell’intonazione perfetta; nella qualità del timbro porcellanato di preziosissimo smalto, nella ricchezza di armonici (in sostanza il perfetto raccordo dei suoni), nella capacità di smorzarli, i suoni, e di cogliere la tinta vocale più adatta alla frase cantata. Ma per un’altra dote, in particolare, Gigli resta ineguagliabile: per la sua capacità di usare la mezzavoce e di utilizzare meglio di chiunque altro il cosiddetto “misto”, ovvero , in sintesi, il raccordo lungo e fluido tra mezzavoce e falsetto (o falsettone). Ha scritto Rodolfo Celletti, tra i più grandi studiosi della vocalità lirica: “ le lunghe frasi legate con le quali ˂Gigli˃eseguiva il misto, e la facilità con cui lo saldava con i forti o i mezziforti; oppure lo tramutava, negli estremi acuti, in un penetrante falsettone, costituiscono in disco l’ultima testimonianza di uno degli aspetti più soggioganti del grande tenorismo di scuola ottocentesca”. All’insegna insomma del “così mai più nessuno”.

GIGLI NEL MUSEO A LUI DEDICATO A RECANATI

Nel museo di Gigli, collocato al terzo ordine di palchi del teatro, sarebbe meglio entrare in solitudine, come chi scrive ha fatto anche di recente: visionando da una stanza all’altra i reperti della sua vita e della sua lunga e prestigiosa carriera, ti sembra di poter entrare come per incanto in comunicazione con la sua voce, come se uno dei tanti costumi di scena lì custoditi potesse animarsi e orchestrare solo per te un momento di canto legato allo specifico ruolo, tra i tanti indimenticabili. Nondimeno, la visita collettiva effettuata con il gruppo delle Cento Città e organizzata con zelo d’altri tempi dall’amico Maurizio Cinelli, primo prezioso atto di quel giornaliero itinerario che ci ha poi condotto alla “scoperta” (per molti di noi) della sfarzosa villa del tenore, dove lui ascoltava di giovedì i giovani aspiranti al canto, è stata al pari di grande interesse. Colpisce, all’ingresso nella sala principale, il busto in gesso con l’immagine dell’artista: oltre il quale si intravedono da subito le vecchie sedie da cinema restaurate che compongono una sorta di sala visiva in miniatura per la proiezione dei film che lo hanno visto spigliato protagonista, e dove il pubblico può anche seguire le immagini di un racconto visivo della sua vita. Gigli, come si sa, ebbe tra l’altro un’intensa attività cinematografica d’anteguerra, che gli procurò all’indomani della liberazione la sciocca accusa, peraltro subito rientrata, di tenore del regime, un po’ come era accaduto a Tito Schipa. A un ufficiale inglese Gigli in proposito ebbe a dire: “…Ho cantato per tutti: ho cantato per i tedeschi, per gli inglesi e per gli americani. Ho cantato sotto il governo fascista, come avrei cantato sotto i bolscevichi o sotto qualsiasi governo che si fosse trovato a governare in Italia”(l’ufficiale sorrise e se ne andò): e – si può aggiungere – non solo per il pubblico dei grandi teatri, ma con identico se non maggiore trasporto per la gente comune, da artista qual era profondamente legato alle radici familiari e alla terra d’origine. In tal senso, come ha scritto il marchigiano Franco Foschi, anche se ebbe gli onori dei re, fu sempre uomo del popolo, il suo “cantore”, appunto. Nel museo si conservano tanti suoi costumi di scena, spartiti musicali, foto piccole e grandi che lo ritraggono in momenti significativi della sua vita teatrale, o in famiglia con familiari e d amici, o nell’ufficialità dei suoi incontri con noti personaggi d’epoca. Ci sono altresì, in una ricca rassegna stampa, gli articoli e le recensioni a lui dedicate dai giornali di tutto il mondo, le onorificenze e i premi ottenuti nella sua quarantennale carriera (compresa tra il 1914 e il 1954/1955), l’ampia discografia afferente alle opere interpretate, che è quasi possibile rivivere appunto attraverso i bellissimi e ben conservati abiti di scena: con lui protagonista del Faust, della Gioconda, dell’Aida, del Lohengrin (bellissimo: l’opera – pensate – che il tenore avrebbe dovuto cantare alle Muse di Ancona nel 1926, ma che per mancanza di fondi venne sostituita da un concerto); e poi ancora della Fedora, della Favorita, della Tosca, della Manon Lescaut, dell’amatissimo Andrea Chénier, dell’Iris, della Forza del destino; per ulteriormente seguire con la Lucia, con l’ Adriana, con il Rigoletto, Trovatore e Ballo in maschera, con L’Africana di Meyerbeer, dove nelle vesti di Vasco De Gama il Nostro “attacca” un “O paradiso” di impareggiabile bellezza. Tra le curiosità presenti, il martelletto dell’Anno Santo 1933 donato da Pio XII, la pergamena di “sceriffo onorario” conferitagli dalla Polizia di New York, la lettera di congratulazioni scrittagli da Fiorello La Guardia, mitico sindaco della metropoli americana, lo spadino di legionario con dedica di D’Annunzio.
E’ indelebile il ricordo che tutti abbiamo di Beniamino Gigli, fatto di rimpianto per ciò che ormai appartiene al passato ma anche di esaltante consolazione, per le splendide sensazioni che ogni volta la sua voce sa comunicarci. E che il museo, questo suo “nido di memorie” recanatese, ci aiuta a preservare.

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